Il disturbo ossessivo compulsivo: la trappola delle compulsioni

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Immaginate di essere alla guida della vostra automobile mentre procedete ad andatura sostenuta, avendo a fianco una persona molto cara. All’improvviso si fa strada nella vostra mente un pensiero: potreste scivolare su un’imprevista macchia d’olio, perdere il controllo del mezzo e andare a sbattere contro un albero. Vedete il sangue, la persona accanto a voi scaraventata sul parabrezza, forse morta, forse gravemente ferita. Nella vostra mente prende forma uno spaventoso scenario immaginario che non può fare altro che mettervi ansia.

A questo punto ci sono due possibilità. Potete ignorare il pensiero e continuare a guidare come se non vi avesse mai sfiorato la mente, oppure potete non tollerare l’idea e cercare in qualche modo di scongiurare il pericolo, ad esempio riducendo drasticamente la velocità. La scelta tra le due opportunità è determinata dalla capacità o meno della persona di tollerare l’improvvisa ma normale preoccupazione e il disagio ad essa connesso.

Se per qualsiasi motivo tale pensiero risulta intollerabile e viene visto come indicatore di un reale pericolo, da evitare ad ogni costo, ne deriverà una reazione volta a scongiurarlo e a rassicurarsi. Ed è proprio questo meccanismo che apre la strada allo sviluppo di un disturbo ossessivo compulsivo.

Sia negli animali che negli esseri umani esiste infatti una forma basilare di apprendimento, tale per cui ogni comportamento a cui fa seguito una gratificazione o un sollievo (cessazione di qualcosa di spiacevole), tende ad essere appreso e automatizzato.

Se mettiamo un topolino in una gabbia col pavimento elettrificato, dove la pressione di una leva fa cessare per un minuto la scossa elettrica, il topolino imparerà ben presto a tenere costantemente premuta la leva e continuerà a farlo, a scopo “preventivo”, anche se noi disattiviamo il meccanismo che genera la scossa elettrica. E’ vero che il gesto del topo sarebbe ormai inutile, ma trattandosi di un comportamento appreso e automatizzato continuerebbe a ripeterlo a lungo.

Allo stesso modo, la compulsione (anche mentale, come contare, pensare numeri fortunati, ecc.) è un mezzo inizialmente efficace per ridurre l’ansia connessa a un pensiero negativo. Il sollievo che ne deriva costituisce un potente “rinforzo”, che rende il comportamento sempre più automatico e indispensabile, generando un involontario processo di apprendimento.

Tale processo, ripetuto continuamente, fa sì che questi comportamenti diventino gesti totalmente automatici, da compiere in certe situazioni per evitare di essere presi dall’ansia, finché diventano talmente meccanici, da ripresentarsi anche in assenza di un vero e proprio pensiero ossessivo.

Inoltre, come in ogni apprendimento, si ha un effetto di generalizzazione per cui, esattamente come il topolino impara a premere la leva anche in gabbie sempre più diverse dall’originale, così la persona sente l’impulso a compiere certi cerimoniali in seguito a stimoli sempre più lontani da quello che ha dato inizio al meccanismo. Ciò significa che le situazioni che innescano la comparsa del pensiero ossessivo diventano, cedendovi ogni volta e continuando ad alimentare involontariamente il processo, sempre più svariate e distanti dallo stimolo originario.

Quello che si nota con l’aggravarsi del disturbo, non è tanto una differenza qualitativa nel tipo di preoccupazioni, ma, piuttosto, un aumento della frequenza dei pensieri, che, ad un certo punto, vengono innescati da qualunque stimolo. Si verifica inoltre una diminuzione graduale dell’efficacia delle procedure di rassicurazione, che devono essere sempre aumentate. In pratica c’è una sorta di assuefazione alle compulsioni, così come alle richieste di rassicurazione, per cui il loro effetto tranquillizzante è sempre minore e dura sempre meno a lungo.

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